Etichettatura del made in Italy. Si Fa o NO?

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E’ notizia di ieri: dopo anni di discussione, la Commissione Agricoltura della Camera dei deputati ha varato il disegno di legge recante “Disposizioni in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti alimentari”, che prevede l’indicazione obbligatoria dell’origine geografica delle materie prime utilizzate nella preparazione dei prodotti alimentari. Si è naturalmente aperto un dibattito tra chi, come Coldiretti, ha salutato con favore questo evento, e chi, come i rappresentanti delle aziende alimentari in Confindustria, ritiene il Disegno di Legge inapplicabile. Ma ciò che mi ha sorpreso e un pò lasciato perplesso, è la campagna denigratoria fatta da alcuni esperti del settore degli alimenti su questa iniziativa tanto invocata negli anni da tutte le organizzazioni di produttori e consumatori. Mi riferisco per esempio al sito de “Ilfattoalimentare”, nello specifico a diversi articoli di Dario Dongo, esperto di legislazione alimentare, che critica all’ex ministro Zaia e al resto della politica, il disegno di legge predetto. Si può essere d’accordo sul definire “opportunismo” quello che spinge la politica italiana a battere su un tema caro all’elettorato, pur consapevole della probabile contraddizione con le Direttive Europee che invece muovono in tutt’altra direzione, rischiando di ripetere ciò che già accaduto con la legge 204/2004 (articolo 1-bis), quando il legislatore italiano provò a introdurre tale obbligo; già in quel caso la Commissione europea, rilevata l’incompatibilità della norma, diffidò la Repubblica italiana dall’applicarlo.


Difatti la "direttiva etichettatura" (dir. 2000/13/CE) prevede l’indicazione dell’origine degli ingredienti solo a titolo volontario. Tale indicazione è già obbligatoria per determinate categorie di alimenti oggetto di normative europee di settore (es. orto-frutta, carni bovine, uova, miele, prodotti ittici freschi, "bio"). La "direttiva etichettatura" non obbliga ad indicare la provenienza delle materie prime, poiché l’origine del prodotto, così come definito dal Codice doganale comunitario (reg. CE n. 450/08) e da quanto stabilito nell’Accordo all’interno del World Trade Organization – si identifica nel luogo dove è avvenuta la sua ultima trasformazione sostanziale.

Al di là della valutazione tecnico-legale, mi viene di contestare all’autore il fatto che reputi la dichiarazione obbligatoria di origine in etichetta come “una condizione a ben vedere irrealistica, visto che la produzione alimentare italiana già impiega il 70% dei raccolti nostrani. Nonostante ciò queste quantità non sono sufficienti – per quantità, qualità e varietà – a soddisfare una produzione di eccellenza che è la terza in Europa (dopo quelle tedesca e francese) ed esporta in tutto il mondo una quota considerevole delle sue delizie. L’essenza del "Made in Italy" – secondo Dongo e secondo i rappresentanti di Federalimentare – è invece costituita dalla maestria delle circa 70.000 imprese di trasformazione che operano nel nostro Paese, attraverso la selezione delle materie prime, la progettazione, il design, il processo di lavorazione, il packaging e la presentazione finale (Insomma, la forma e non la sostanza, direi io!). Vincolare il concetto di "Made in Italy" all’origine autoctona delle materie prime – continua Dongo – è dunque limitativo, oltreché irreale. Sarebbe come affermare che l’"italianità" di una Ferrari, o una Fiat 500, sia condizionata all’utilizzo di soli metalli, plastiche, elettronica e componentistica nazionali. Di questo passo, i filati di Loro Piana non si dovrebbero considerare italiani perché realizzati con lane merinos o cachemire, anziché quelle delle pecore nostrane”.

Ma Dottor Dongo? Vogliamo paragonare un alimento a una latta metallica? Un pezzo di acciaio o di plastica, pur lavorato differentemente in relazione alla maestria di chi lo modella, è pur sempre un pezzo di acciaio o di plastica con le medesime caratteristiche chimico-fisiche, pur se proveniente da un paese piuttosto che da un altro. Il grano, il latte, l’ortofrutta, possono essere lavorati differentemente con diversa maestria, ma le caratteristiche chimico-fisiche-biologiche di un prodotto agricolo cambiano e come, se coltivati in differenti paesi, addirittura da Regione a Regione.

Il Dottor Dongo si rifà all’esempio della pasta: “…. da diversi secoli i pastai italiani hanno imparato a mescolare grani duri di diversa origine, al preciso scopo di realizzare prodotti di qualità, con elevato tenore proteico e buona tenuta in cottura. A Gragnano, una delle patrie storiche della pasta, si possono ammirare le stampe del ’700 che raffigurano navi cariche di "triticum durum" della Crimea (ora Ucraina), sbarcare nel porto di Napoli per rifornire i produttori campani. E allora, vogliamo per questo dubitare della tradizione italiana della pasta di Gragnano?”

Noi non dubitiamo di questo, Dottor Dongo, però se a Gragnano, come in tutto il sud Italia, esisteva la tradizione della pasta essiccata al sole, era dovuto al fatto che nel sud Italia era tradizione e necessità coltivare il grano duro; trasformarlo in pasta ed essiccarlo al sole poi, era un metodo per poter conservare nel tempo quel grano che era la fonte primaria di alimentazione delle popolazioni. Ma con i concetti di origine, tracciabilità, legame al territorio, non si vuole fare autarchia per produrre solo ciò che è italiano e vietare ciò che non lo è! Legare il prodotto al territorio è innanzitutto un’esigenza di trasparenza perché chiunque possa sapere da quali terreni proviene la materia della quale si ciba ogni giorno. Poi c’è l’aspetto puramente etico ed economico! Evitare prima di tutto le speculazioni dei grossisti che commerciano navi intere di materie prime senza carta d’identità. E difendere ciò che viene prodotto vicino casa nostra, permettere di salvaguardare le tradizioni agricole e artigianali del territorio, assicurare reddito e benessere a tutti coloro che, spesso e volentieri autoregolamentandosi, fanno sopravvivere quei mestieri, quei prodotti, quei metodi artigianali che hanno secoli di storia e che ora si vedono minacciati da una inesorabile sconfitta, così com’è toccato per esempio agli artigiani dei settori tessile, abbigliamento e calzaturiero. Questi ultimi non possono far altro che guardare i loro laboratori vuoti perché in pochi anni si è permesso di svendere il proprio know how a cinesi, romeni ecc. Una Fiat prodotta in Italia o in Polonia, è sempre la stessa auto. Un carciofo coltivato in Turchia non ha lo stesso sapore di quello coltivato in Puglia e molto spesso nemmeno se coltivato in Abruzzo. Ma basterebbe un decennio di comunicazione mirata, con propaganda televisiva ed un esercito di pubblicisti, giornalisti, chef, esperti e pseudo-esperti di alimenti che facciano passare messaggi conformi a quello di Dongo, ed ecco che il gioco è fatto: tra dieci anni nessuno ricorderà più o forse nemmeno farà più caso a un carciofo pugliese, magari lo scambierà per un prodotto tipico della cucina cinese. Quelli che Lei e Federalimentare difendete, Dottor Dongo, sono i concetti di de-regolamentazione e di globalizzazione cari all’industria, che stanno portando alla perdita della memoria, alla scomparsa di arti, mestieri, odori e sapori tramandati per secoli e che ora un élite mondiale cerca di orientare verso la standardizzazione, in nome del minor costo e dell’efficienza. Non tutti siamo d’accordo con quell’élite.
      
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